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Il pensiero di Orlandino Greco

Il pensiero di Orlandino Greco

Calabria, la culla d’Italia

Terra di origini antiche, crocevia di popoli e pensiero, qui storia,
arte e tradizioni si intrecciano ai paesaggi più autentici. Non solo mare e cucina, ma radici profonde e identità viva

C’è una Calabria che vive nei racconti, una Calabria che resiste nella pietra dei borghi, che si racconta nel silenzio dei suoi ulivi, che si lascia intravedere nelle parole antiche scolpite nel tempo. C’è una Calabria che non è solo mare o cucina, anche se il mare qui è uno specchio di luce e la cucina un rito di sapori tramandati. C’è una Calabria che è storia. Una storia millenaria, troppo spesso dimenticata.

Quando Virgilio raccontando dello sbarco di Enea nelle terre italiche scriveva di “Umile Italia”, parlava di questa terra. Non l’umiltà del basso, come fu poi interpretata da Dante e da molti altri, ma quella delle cose essenziali, delle origini, umile perché fertile. L’Italia comincia qui. Comincia in Calabria.

E lo dice anche Platone, che nel Timeo scrive di Locri come esempio di città ben governata, come modello di equilibrio tra l’uomo e il cosmo. Timeo era calabrese, di Locri appunto, ed è da lì che si pensava potesse partire l’idea di un’umanità armoniosa. Da quella Locride che oggi è più spesso sulle pagine della cronaca che su quelle della cultura. Ma è proprio in questo strappo, in questa frattura tra ciò che eravamo e ciò che siamo, che va cercata la nostra rinascita.

Perché la Calabria è stata, nei secoli, molto più che una regione d’Italia. È stata l’Italia intera. Prima che l’Unità fosse fatta con le armi e le bandiere, l’Italia esisteva già nella parola “Calabria”. Per i Greci e i Bizantini, Calabria era tutto il Sud. Una penisola nel cuore del Mediterraneo. E non è un caso se qui arrivarono tutti: Greci, Romani, Normanni, Bizantini, Svevi, Angioini, Aragonesi, Arabi. Non per caso, ma perché questa terra era ambita. Era crocevia. Era promessa.

È nella Magna Grecia che affondano le nostre radici più profonde. Qui si fondarono città che cambiarono il corso del pensiero occidentale. A Locri, a Crotone, a Reggio Calabria, a Sibari. È qui che nacque Zaleuco, considerato il primo legislatore dell’Occidente. È qui che operò Pitagora, qui che crebbe quel senso di equilibrio tra legge e giustizia che ancora ci manca. È qui che si costruì una civiltà. Non un’appendice dell’Italia, ma il cuore dell’Italia prima che l’Italia esistesse.

E poi vennero gli altri, ognuno lasciando tracce. I Romani con le loro strade, i Normanni con i castelli, gli Arabi con la lingua e l’arte, i Bizantini con la spiritualità. Una mescolanza di influenze che oggi chiamiamo identità. Una terra che ha sempre accolto e sempre resistito.

Ma la Calabria non è solo antichità. È anche pensiero moderno. È la terra di Bernardino Telesio, che anticipò Galileo, che oppose la natura all’astrazione, fondando un nuovo metodo scientifico. È la terra di Tommaso Campanella, che immaginò una “Città del Sole” fondata sulla giustizia e sulla ragione, e per questo fu perseguitato. È la terra di chi ha sempre pensato oltre. Oltre il tempo, oltre il potere. E di chi ha saputo dipingere quell’oltre: Mattia Preti, il “Cavalier calabrese”, che portò la luce del Barocco nelle tenebre del Seicento europeo, affrescando la bellezza e il sacro in ogni angolo del Mediterraneo.

E poi c’è la Calabria dei borghi. Pietre che raccontano storie. Paesi aggrappati ai crinali come nidi di aquile. Chiese, castelli, piazze, tradizioni. Civita, Gerace, Stilo, Morano Calabro, Scilla, Badolato, Oriolo, Altomonte. Luoghi dove il tempo sembra essersi fermato non per pigrizia, ma per amore. Ogni pietra un racconto. Ogni vicolo un respiro.

E infine la Calabria del Novecento, la più fragile, la più vera. Quella che ha dovuto scegliere tra restare o partire. Quella dei treni per il Nord, delle valigie di cartone, delle madri che aspettavano lettere e dei figli che cercavano un futuro altrove. Ma anche la Calabria della musica e della poesia. Quella di Mia Martini, che con la sua voce ha dato voce a tutti i silenzi del Sud. Quella di Rino Gaetano, ironico e profondo, voce graffiante dell’anima calabrese. Quella di Otello Profazio, di Mino Reitano, di Sergio Cammariere. Artisti che hanno cantato la Calabria con parole diverse, ma con lo stesso cuore.

Oggi, viaggiando in treno attraverso questa regione, tra il Tirreno e lo Ionio, tra la Sila e l’Aspromonte, ci si può ancora accorgere di tutto questo. Basta alzare lo sguardo. O abbassarlo, perché la Calabria ti parla da sotto i piedi, nella terra, nei sassi, nei campi, nei muri. Basta ascoltarla. È una terra umile, sì. Ma non povera. Anzi. Ricca di storia, di pensiero, di umanità.

E allora invitiamo chi arriva a non fermarsi alla cartolina. A non ridurre questa regione a una spiaggia o a un piatto tipico. Calabria è molto di più. È una porta sul Mediterraneo. È una pagina ancora da scrivere. È il luogo dove Ecuba avrebbe voluto vivere in esilio, secondo Euripide. È la terra dove l’aurora rosseggia al fuggire delle stelle, come scrisse Virgilio. È l’alba dell’Italia.

È l’Italia prima dell’Italia.
Orlandino Greco

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