Gole del Vulganera
Il mondo perduto
In un remoto recessodella Sila Greca, fra le montagne di Longobucco, si apre una gola fluviale di eccezionale bellezza.
Un luogo dove il tempo si è fermato e dove regna la natura più incontaminata del Mediterraneo
Testo e foto di Francesco Bevilaqua
Domenica di fine agosto. Abbiamo fatto un lungo percorso in auto per raggiungere Destro, una frazione di Longobucco, e da qui scendere sul greto del Torrente Coserie. Questo come altri corsi d’acqua della Sila Greca che si dirigono verso lo Ionio è una vera e propria fiumara, simile a quelle aspromontane. Un letto ghiaioso simile ad un piccolo deserto di pietre si spande tra due contrafforti del M. Paleparto (m. 1480) massima elevazione e snodo orografico della Sila Greca: a nord quello di Serra Pagliaspica e Cozzo Pica, a sud quello di M. Iurentino e M. Iantrinico. Siamo nella parte centrale del corso d’acqua. Più a valle il Coserie mostra il solito alveo largo e pensile perché colmato dal pietrame smottato nei secoli dalle pendici delle montagne soggette a continui diboscamenti. A monte, invece, l’alveo si restringe dando vita a gole incassate con tratti a canyon.
Nei due chilometri di strada a fondo naturale che percorriamo in auto risalendo il greto, incontriamo, sui lati, orti con svariate colture. Acquari e tubi di gomma trasportano l’acqua del fiume e dei suoi affluenti per centinaia di metri. Lasciamo l’auto dove la strada a fondo naturale muore e cominciamo la risalita. Già da questo punto in avanti la valle si restringe perdendo le caratteristiche del luogo vissuto e umanizzato, per assumere le sembianze di un territorio quasi selvaggio. Dico quasi perché in Europa non esistono più veri luoghi selvaggi: l’uomo è giunto dappertutto con la sua opera trasformatrice. Ma qui quell’opera è trepida e lieve, come osservava l’antropologo del paesaggio Eugenio Turri nel descrivere proprio i territori sui quali la tecnica e la modernità non hanno ancora creato sconquassi. L’antica presenza dell’uomo si percepisce da labili segni. A parte le tracce di un piccolo gregge di capre che deve aver seguito il corso del Coserie nei giorni passati, vecchi sentieri salgono nella macchia di querce che alligna sui lati della valle. Recinzioni rudimentali in filo spinato delimitano vecchi pascoli. Rovine nascoste nella vegetazione ricordano vecchi stazzi ora dismessi. Tutto è silenzio e solitudine. Parafrasando il titolo di un famoso libro di Conan Doyle, direi che siamo precipitati dentro “il mondo perduto”.
L’acqua, che più in basso si sperdeva nella marea di sassi, è ora ben viva e risuonante tra le pietre, stretta fra le sponde rocciose ed occupata a farsi strada fra la miriade di sassi di ogni forma e dimensione. Le pozze che si alternano a cascatelle sono di un verde smeraldo. Giungiamo alla prima grande pozza profonda per attraversare la quale dovremmo nuotare. Resto perplesso perché non ricordavo questa difficoltà (ogni piena stravolge le forme dell’alveo). Finalmente individuo, sulla destra, uno stretto camminamento che aggira la pozza. Ci inerpichiamo come capre e sbuchiamo sul lato a monte. Siamo nel cuore delle gole. Cominciano gli infiniti guadi che ci portano ora su un lato ora sull’altro del torrente. I tratti a canyon sono veri e propri gioielli naturali. Un senso di profonda, antica solitudine permea i luoghi. Alveo e sponde paiono intagliati nella roccia viva da un artista titanico, che ha operato su una materia viva per millenni, scolpendo onde, scanalature, strapiombi, vasche. L’acqua scorre sempre più vorticosa, come avesse fretta di fuggire lontano. Solo a tratti si acquieta in profondi laghetti. Per fortuna c’è sempre modo di evitare le nuotate nell’acqua gelida. Osserviamo decine di rane, granchi di fiume, trote con le boccucce rivolte alla corrente, qualche natrice dal collare che sfila sinuosa nell’acqua. In cielo pigolano meste le poiane.
Raggiungiamo così una diramazione della valle: alla nostra destra continua il Coserie mentre a sinistra si insinua il Vulganera (il significato è pozza nera). Scegliamo quest’ultimo ramo.
Ecco il recesso più remoto della valle, un canyon stretto tra opposte pareti che non ha nulla da invidiare ad altri più blasonati della Calabria. In un punto ritroviamo un vitello con una zampa rotta morto da poco: probabilmente è finito nel torrente per abbeverarsi e nel camminare tra le pietre infide e scivolose si è rotto l’arto. In una precedente occasione trovai invece la carcassa di un cinghiale: in questo caso è più probabile che l’animale sia caduto dall’alto fracassandosi sui massi. Sulla sinistra uno slargo con una fonte che sgorga dalla roccia e un sentiero che sale nel bosco.
A tre ore esatte di cammino ordino il dietrofront. Dobbiamo calcolare il tempo per il rientro e stare bene attenti a non farci male: recuperare un ferito in gole come queste è impresa ardua. Ma ci attende uno spettacolo nello spettacolo: tutta la gola è ora inondata dal sole a picco ed ogni cosa ha cambiato sembianze. Il sole caldo è un invito troppo allettante ad attraversare le pozze con l’acqua alla cintola, dove è possibile. Dopo sei ore complessive di cammino siamo di nuovo all’auto. Per i miei compagni è stata la prima volta nelle gole del Coserie-Vulganera. Siamo tutti stanchi. Quella stanchezza che sembra volerci far dire, con le parole di Pablo Neruda: “Sono felice / qui e ora sono felice / se mi chiedeste perché / non saprei spiegarvelo / se cercassi di spiegarvelo / non potreste capirmi”.
















