È ancora moderno, oggi, Corrado Alvaro?
Nel settantesimo anniversario della morte di Corrado Alvaro, Aldo Maria Morace ne celebra la modernità, rileggendo le sue opere come specchio ancora attuale delle paure, delle alienazioni e delle speranze del nostro tempo
di Aldo Maria Morace
Nel 1926, tre anni prima degli Indifferenti di Moravia, pubblica L’uomo nel labirinto (già scritto in parte nel 21). Il protagonista, Babel, è un antieroe grigio e ipocondriaco, oppresso da una alienazione angosciosa che egli imputa allo sradicamento dal paese e che lo spinge a tuffarsi nevroticamente in gomitoli di strade, tra le selve dei palazzi, e a praticare il piacere perverso della crudeltà e della sessualità, appagandosi masochisticamente solo della propria abiezione. È una patologia dell’anima che proietta la sua disfatta esistenziale nella desolazione (che contrassegna tutto un momento epocale di eliotiani ‘uomini vuoti’) ma anche nella crisi di impotenza e di disfacimento che attanaglia l’Italia nella fase di avvento del fascismo. Nel 1938 dà vita a L’uomo è forte, il romanzo della paura che pervade ogni elemento dell’umano, ricercando nello stile e nel taglio degli episodi narrativi una tonalità plumbea, ossessiva, allucinata. È una anamnesi impietosa della follia di potenza dei sistemi totalitari (compreso il fascismo) e rappresenta il momento più acuto della contestazione alvariana nei confronti della società massificata che coarta, isola ed annichilisce.
Ogni aspetto della realtà kafkiana che fagocita Dale — tornato in patria perché crede nella nuova società nata dalla rivoluzione (russa) — è attanagliato dall’incubo del proibito, che stravolge le coscienze e vieta ogni forma di individualità, soprattutto l’amore, il modo più resistenziale di lottare contro la solitudine “di un mondo che odora di morte”. Sotto la pressione soverchiante della paura Dale e Barbara assumono la consistenza di ombre incorporee che si consegnano — con slittamento fatale — nelle mani totalizzanti del Potere: l’uno attraverso un delitto dostoevskiano, l’altra attraverso la delazione dell’amante, per salvarsi e per distaccarsi dall’abiezione di Dale, divenuto “vile come tutti gli altri”. Quest’ultimo, però, dall’annichilimento della mera esistenza biologica in una cellula nevrotica di terrore, riuscirà a salvarsi fuggendo e sopravvivendo nella speranza di un domani in cui l’uomo non sia soltanto una vittima sacrificale della Storia.
Ha scritto anche per il teatro, Alvaro. Lunga notte di Medea (1949) è a mio parere il suo capolavoro e la tragedia più importante di tutto il Novecento italiano. Nella versione di Alvaro Medea non uccide i figli per vendetta nei confronti di Giasone che l’ha abbandonata, ma per non esporli ― dopo il ripudio del padre ― al dramma del vagabondaggio, della persecuzione, della fame. Li uccide per salvarli, in uno slancio di disperato amore materno, quando si accorge che — figli di una barbara senza patria e per di più ritenuta una maga — in Grecia non hanno salvezza o rifugio possibili. E così Medea diviene, secondo l’autore, “un’antenata di tante donne che hanno subìto una persecuzione razziale e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di profughi”.
Il mito di Medea perde così la sua terribilità per essere umanizzato al massimo: grecità e modernità si fondono e si compenetrano con una compattezza di struttura e con un’essenzialità di respiro che Alvaro non aveva mai raggiunto prima. Il tono è alto, serrato, colmo d’echi; e si dilata in uno spazio notturno animato dalla presenza stregata della luna e in una casa assorta nel battito oscuro del destino che v’incombe. Medea è una voce fatta di respiri e di gemiti e di umori viventi: il suo dolore è la somma di tutte le angosce del mondo. In successione accelerata, infatti, Medea esperimenta il tradimento, l’insulto della proscrizione, l’impossibilità di trovare un ricovero ospitale in altra terra, l’esplodere dell’odio razziale dei cittadini di Corinto e l’omicidio da lei perpetrato sui propri figli, per salvarli dall’odio bestiale della folla impazzita. Tutta la condizione storica e psicologica del suo e del nostro secolo (il sormontare della paura, l’ossessione del potere, l’aggressività razziale, la pulsione regressiva nell’inesistenza) si coagula nella straziata umanità di questo terrifico e umanissimo personaggio. Alvaro è morto nel 1956. Si può essere più moderni?
Esistono gli scrittori-icona: legati a un paese, a una regione, in modo automatico, in Italia e nel mondo. La Calabria è associata sempre, e dovunque, a Corrado Alvaro: uno scrittore ormai entrato nella classicità del Novecento. Nato a San Luca, ha compiuto un volo prodigioso: dal suo paese, arroccato alle falde dell’Aspromonte, è emigrato quando non aveva neppure dieci anni, con ritorni sempre più diradati nel tempo, divenendo redattore, collaboratore e inviato speciale dei maggiori quotidiani italiani (sono circa tremila gli articoli che ho finora registrato). È stato un grande novelliere, secondo solo a Pirandello, suo padre elettivo; e romanziere, poeta, critico letterario e teatrale e cinematografico, e poi anche drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. Un grande e complesso scrittore: in lui convivono in un unico sistema circolatorio tradizione e modernità. La Calabria è stata l’universo in cui ha compiuto le sue scoperte infantili, quelle che ci segnano per sempre. E la Calabria è stata la sua stella polare quanto più ― come oggi ― il mondo si faceva buio: una bussola, un sistema di valori, un mito cui tenersi legati, per non smarrirsi nella bufera della Storia. E c’era la contemporaneità: da indagare, da comprendere, come ha fatto superbamente, su ciò che stava avvenendo in Italia e nel mondo. È questo il segreto della grande arte alvariana: il passato per comprendere il presente, per leggere il futuro.
In Calabria Alvaro è più nominato che letto, al contrario di quanto avviene in Europa e nel mondo. Lo sappiamo: la nostra regione ha gli indici di lettura tra i più bassi in Italia e in Europa (e sarebbe da stupirsi solo se fosse il contrario, per tutto quello che ha subìto da uno Stato troppo lontano, troppo assente, se non nella repressione). La presenza di Alvaro nella memoria collettiva sembra avere innescato un meccanismo perverso: non si ha bisogno di leggerlo, di conoscerlo. Sì, lo si cita, ma non si è letta, distrattamente, che qualche sua pagina. La notizia è di ieri: grazie a un martellamento trentennale, con Giusi Staropoli Calafati come playmaker, e grazie all’intervento del presidente Occhiuto sul ministro Valditara, Alvaro è entrato finalmente fra gli autori compresi nelle linee-guida del Ministero dell’Istruzione. Dunque, lo si potrà leggere a scuola, non nascostamente. Sarà un modo per congiungere virtuosamente letteratura e territorio, identità e futuro. Non a caso, nel 1925, Alvaro ha scritto con amore uno splendido sussidiario scolastico, La Calabria, che la Fondazione a lui intitolata ha ristampato vent’anni fa: un atto d’amore per la sua terra, per la sua fonte di ispirazione, per la presenza di un mondo che ha avuto dentro, sempre, fino al giorno fatale del giugno 1956, quando un tumore lo ha ucciso.
Alvaro non deve essere solo un monumento: è un grande scrittore, più che mai vivo, e di respiro mondiale. Come tutti coloro che lo sono stati nella nostra letteratura, ci aiuta a leggere il presente e a progettare il futuro. Ma dobbiamo leggerlo: è il momento più favorevole. Quest’anno, il 130° dalla sua nascita, è passato tristemente nel silenzio. Per vicende note, su cui non voglio tornare, la Fondazione Alvaro è stata ridotta al silenzio, colpevolmente; e la crisi regionale ha fatto il resto. Ma il 2026 è anche il 70° dalla sua morte; e segna la scadenza dei diritti editoriali. Alvaro potrà essere stampato a volontà; e lo sarà. Molto probabilmente l’anniversario coinciderà con l’istituzione di una Edizione nazionale di tutta l’opera alvariana (la prima per un autore calabrese; e sarebbe un evento storico): stampata da una casa prestigiosa come “La Nave di Teseo” e con una prestigiosa edizione digitale, aperta a tutti. Inoltre il Centro internazionale di studi “Corrado Alvaro” ha presentato un piano organico di celebrazioni alla Regione Calabria, così come si è fatto in Sicilia per Camilleri e, l’anno prossimo, per Pirandello. Sarà pubblicata, avendo come editore «La Città del Sole», una rivista digitale, “Alvariana”, già in preparazione; e ci sarà una collana dallo stesso titolo, economicissima (prima uscita, Gente in Aspromonte), che consentirà ad Alvaro di essere letto per ciò che ha scritto, finalmente. In Italia e all’estero i soci del Centro internazionale, tutti accademici di rilievo, stanno preparando nelle loro sedi incontri e convegni e manifestazioni; e una rivista prestigiosa, “Critica letteraria”, dedicherà interamente un suo numero a una raccolta di saggi su Alvaro.
Forte di trent’anni di studi su Alvaro, punteggiati da monografie ed edizioni circolanti in tutto il mondo, io ho proposto a “La C”, che subito ha meritoriamente accolto il progetto, di celebrare questo anniversario, il 70° dalla morte, nel modo che più sarebbe piaciuto ad Alvaro. Come? Con uno strumento per leggerlo, che è un invito a conoscerlo in ciò che ha scritto. Un Alvaro a settimana, un’opera a volta, delineata e analizzata: una dopo l’altra, seguendo la cronologia delle edizioni (e con qualche parca annotazione biografica). Lo farò in un modo semplice e divulgativo, quanto più è possibile, ma senza rinunciare al rigore scientifico. Settimana dopo settimana, si snoderanno tutte le sue opere; e alla fine, chi raccoglierà gli interventi, avrà a sua disposizione una piccola monografia alvariana. Uno strumento per studenti e docenti e lettori: cento, mille, diecimila, come mi auguro. Lode a “La C”, dunque, e al suo direttore e al suo editore, che hanno reso possibile questa iniziativa. Aperta a tutti, perché Alvaro deve essere di tutti. Si parte, la settimana prossima, da Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia: Alvaro l’ha scritta quando era ancora studente liceale, nel 1912. Aveva diciassette anni.
















